Cacciare il senso di colpa

Ho concluso da qualche settimana la lettura de “L’ardore” di Roberto Calasso, e ancora non riesco a liberarmi la mente da immagini e stimoli troppo ingombranti per essere relegati nel ci penserò su, prima o poi.

A lettura terminata, uno dei maggiori appagamenti offerti dal libro è quello di aver contribuito, lungo tortuosi sentieri, a sfatare o smascherare falsi miti e appannamenti, figli della asettica e tecnicistica modernità. Iper laicista e secolarizzata, mi verrebbe da dire.

In un precedente post ho buttato lì qualche parola sul difficile rapporto tra l’io-cosciente (l’Io o aham in sanscrito) e l’io-coscienza (il Sé o atman). Ora, grazie a Calasso, vorrei condividere lo svelamento di un altro inganno, che non può essere trascurato volendo riflettere, anche in senso politico, sul rapporto centrale tra uomo e natura:

Nei libri di scuola e di scienza si legge che gli uomini furono prima raccoglitori e cacciatori, poi pastori e agricoltori. Due fasi che spartiscono la storia dell’umanità per centinaia di migliaia di anni, occupando l’agricoltore il segmento di gran lunga più corto. Ma sarebbe sufficiente dire che gli uomini vissero in una prima fase con gli animali (uccidendoli ed essendone uccisi) e in una fase ulteriore vissero degli animali (con la domesticazione). […] La formula “caccia e raccolta” accorpa due fasi distinte. Prima di essere raccoglitori e cacciatori, gli uomini dovettero essere raccoglitori e cacciati. Rispetto agli uomini, alcune specie di predatori erano assai meglio addestrate a cacciare. Le zanne delle tigre o del lupo erano armi ben più potenti della mani dell’uomo. Ma questa zona grigia della preistoria viene occultata nella formula “caccia e raccolta”. Allora maturò, per un tempo che si misura in decine di millenni, quel mutamento irreversibile che fu il passaggio alla caccia.

Non è mistificazione da poco quella di considerare l’uomo ipso facto cacciatore, predatore, signore degni animali! Ci scrolliamo di dosso centinaia di migliaia di anni di evoluzione, come un fastidioso fardello di cui liberarsi. Ma il fardello è ancora maggiore se si arriva a considerare che

L’uomo è l’unico essere del regno animale ad aver abbandonato la sua natura, se per natura si intende il repertorio di comportamenti del quale ogni specie appare provvista fin dalla nascita. Forte, ma non tanto forte da non dover riconoscere la propria inermità di fronte ad altri esseri – i predatori -, l’uomo decise in un certo momento, che può anche essere durato centomila anni, non di opporsi a suoi avversari ma di imitarli. Fu allora che il predato si addestrò a diventare predatore. Aveva denti e non zanne – e unghie insufficienti per dilaniare la carne. Nè poteva disporre di un veleno prodotto dal suo corpo, come i serpenti, temibili predatori. Dovette allora ricorrere a qualcosa di cui nessuno disponeva: l’arma, lo strumento, la protesi. Così nacquero la selce scheggiata e la freccia. A questo punto, con l’imitazione e la fabbricazione di strumenti, erano stati compiuti i due passi decisivi che tutto il resto della storia avrebbe provato a elaborare, sino a oggi: la mimesi e la tecnica. Se si guarda indietro, il dissestamento prodotto dal primo passo – quello della mimesi, per cui gli uomini decisero di imitare, fra tutti gli esseri, appunto coloro dai quali venivano spesso uccisi – è incomparabilmente più radicale rispetto a ogni passo successivo.

Calasso parla, inevitabilmente, di dissestamento radicale. E a che rimedio pensarono gli antichi ritualisti vedici per riequilibrare quello che andava in qualche modo ripagato?

Una risposta a quello sconvolgimento fu il sacrificio. Così un comportamento incongruo rispetto a ogni altro riscontrabile nel regno animale ha finito per manifestarsi pressoché ovunque. Il sacrificio era la risposta a quell’immenso sconvolgimento dell’interno della specie – e il tentativo di riequilibrare un ordine che era stato per sempre leso e violato.

Nell’epoca attuale, il sacrificio non trova più alcun spazio, non tanto fisico quanto mentale. Eppure se si considera il sacrificio come

una ferita. Che va guarita infliggendo un’altra ferita, ma in un certo modo. E, poiché ferita si aggiunge a ferita, la ferita non si chiude mai, perciò il sacrificio deve essere continuamente rinnovato

i conti non tornano, l’equilibrio è compromesso, la sequenza è interrotta. Quali sono dunque i costi di questa primordiale colpa non ammessa?

L’uccisione è onnipresente nella catena alimentare, che attraversa l’intero regno animale. In ogni suo anello certe specie devono uccidere altre specie per sopravvivere. Con l’uomo la catena non si interrompe, anzi si espande. Ma l’uomo è anche l’unico essere che rifletta sull’uccisione, che elabori l’atto in una sequenza di gesti prescritti. Come dicono i ritualisti vedici, l’uomo è l’unica fra le vittime sacrificali che celebri anche sacrifici

e quando smette di sacrificare, non potendo più sopportare la ferita aperta, fugge dal senso di colpa fuggendo la colpa stessa. Auto-mutilandosi della propria capacità di riflessione, in un epoca di incomparabile potenza tecnica, l’uomo rifugge l’assunzione di un ruolo responsabile nel rapporto con la natura. Con conseguenze drammatiche oggi, non tecnicamente ipotizzabili per il futuro.

3 thoughts on “Cacciare il senso di colpa

  1. Ciao Macs!!!Se vuoi leggerti qualcosa su l’uomo e la tecnica leggiti “Psiche e Tecne” di Galimberti, Spacca assai il ragazzo!!!
    Ciao beddu!!

    Ciro

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