Purusa, il riflesso di sé

Sto terminando di leggere un impegnativo libro, “L’ardore” di Calasso. Come capita, di rado, ma per fortuna capita, è un libro, sì impegnativo, ma che si merita tutto l’impegno che richiede.

Tra i diversi stimoli che mi ha regalato, alcuni mi hanno in particolar modo acceso e, mi son reso conto, mi stanno accompagnando nella mia semi-cosciente vita quotidiana.

Tutto nasce da una delicata riflessione sul difficile rapporto tra l’io-cosciente (l’Io o aham in sanscrito) e l’io-coscienza (il Sé o atman). Dico difficile perchè la loro relazione nasce con un sopruso, un imbroglio o, meglio, una distorsione iniziale, da parte dell’Io. E qui si  potrebbero scrivere fiumi di parole sull’ingombranza egocentrica dell’Io, sulla sua arroganza rispetto al mondo-creato e alla sua stessa capacità di essere cosciente di sé.

Cito Calasso:

Tortuosi, delicati, ambigui i rapporti fra il Sé, atman, e l’Io, aham. […] Tutto risale all’inizio, quando c’era soltanto il Sé, sotto forma di  “persona” purusa: “Guardandosi intorno, non vide altro che Sé. E come prima cosa disse: “Io sono”. Così nacque il nome “Io””. È la scena primitiva della coscienza. Che rivela innanzitutto la priorità di un pronome riflessivo-atman, Sé. Pensarsi precede il pensare. E quel pensarsi ha forma di persona, purusa: possiede una fisionomia, un profilo. Che si designa subito con un altro pronome: Io, aham. In quel momento appare una nuova entità, che ha nome Io e si sovrappone punto per punto al Sé da cui è nata. […] Sembrano gemelli identici. Hanno lo stesso profilo, lo stesso senso di onnipotenza e di centralità. […] Nel momento in cui l’Io apparve, non c’era ancora altro al mondo. Così il primo a cadere nell’inganno dell’Io fu il Sé. Dopo che le creature furono create, in conseguenza delle sue molteplici metamorfosi erotiche, il Sé guardò il mondo e si rese conto di averlo creato. E disse: “Veramente io (aham) sono la creazione”, già dimenticando che quell’io era solo la prima delle sue creature.

Ma da dove nasce questa riflessività di Sè e del mondo? Per gli autori dei testi Veda, tutto nasce dalla semplicità e, dopo complicatissimi passaggi, complicatissimi per un lettore occidentale in quanto privi della logica occidentale, alla semplicità torna. Tutto nasce dalla purusa, dalla persona che si riflette nella nostra pupilla mentre noi guardiamo una persona nel mondo esterno a noi, di fronte al nostro occhio.

Semplice e assoluto. Cito ancora Calasso:

Come spiegare che abbia assunto una tale importanza la figura che appare nella pupilla? [purusa] Perché, sulla superficie del corpo umano, è l’unico punto dove si manifesta il riflesso, quindi la capacità non solo di vedere, ma di riflettere in altra forma ciò che l’occhio vede. E quella forma sarà impalpabile e minuscola, ma corrispondente, punto per punto, alla figura che l’occhio percepisce nel mondo esterno […]. E dovrà anche avere un altro occhio, nel quale l’occhio che guarda a sua volta sarà riflesso. Questo assicura una comunicazione dei riflessi, potenzialmente inarrestabile e interminabile.

Mentre coltivo questi stimoli, e concordo con l’autore quando scrive

Le conseguenze di questo riconoscimento sono incalcolabili. E non necessariamente inducono a seguire la via vedica, con tutto il suo imponente apparato di corrispondenze e connessioni. Ma senza dubbio inducono a riconoscere all’ignoto una parte molto più grande di quella che prima gli era concessa. Un ignoto che non è solo esterno alla mente, ma interno a essa e forse ancora più vasto dell’ignoto che si apre all’esterno.

ho pensato di cogliere un momento, fotografando una purusa di me-aham mentre riflette me-atman. Ma nel suo riflesso, torna prepotente l’Io-aham a reclamare la sua creazione, l’atto stesso di fotografare.

E’ un cammino necessariamente così tortuoso quello tra aham e atman ?

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